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Pesenti (Inas): «Subito pensioni flessibili. Altrimenti è macelleria sociale»

di Raffaele Marmo

ROMA - «Forse si pensa che debbano morire tutti i pensionati per far quadrare i conti, ma la verità è che la tutela previdenziale è un segno di civiltà del Paese». Da pochi mesi alla guida dell’Inas, lo storico patronato della Cisl, Domenico Pesenti, una vita dedicata alla causa del sindacato e della sua categoria, gli edili, mette subito le cose in chiaro. «Il sistema pensionistico va sicuramente ripensato – insiste – ma occorre tenere conto della ratio che deve guidare qualsiasi intervento di revisione: non si può guardare alla previdenza come a un ambito in cui far valere solo logiche da ragionieri. Più che alle pensioni, bisogna guardare ai pensionati e ai pensionandi, a persone in carne e ossa con le loro famiglie».

Partiamo dal dossier più ampio e rilevante: il 2016 sarà l’anno della flessibilità in uscita?

«Quello della flessibilità in uscita è indubbiamente uno degli ambiti in cui gli interventi si fanno sempre più urgenti, se vogliamo scongiurare un lungo periodo di vera e propria macelleria sociale. Abbiamo già visto e vediamo in questi anni la tragedia degli esodati. Ma il problema riguarda tutti e per alcune categorie è addirittura vitale».

A chi si riferisce?

«Prendiamo chi fa lavori faticosi e usuranti, persone che affrontano una situazione insostenibile: se nel 2015 le morti sul lavoro degli over 60 sono aumentate del 42% è evidente che, ad una certa età, il fisico non ha più la reattività e l’agilità per muoversi, ad esempio, in un cantiere. Per queste categorie la pensione anticipata non è un privilegio ma è una questione di vita o di morte».

L’età pensionabile e le pensioni, insomma, dovrebbero tenere conto anche di variabili che vanno oltre i rigidi criteri attuariali?

«Basterebbe tenere conto della realtà. Anche le donne, per aprire un altro capitolo, risentono di regole inique: la differenza con gli uomini è discriminante e non tiene conto dei loro percorsi di vita. Maternità, carriera, versamenti contributivi legati a periodi di lavoro limitati: tutte queste variabili devono essere tenute in considerazione in una riforma pensionistica, in un’ottica solidale. Questo perché il Paese deve proteggere maggiormente il fondamento della società, che risiede nella famiglia e nei figli. Senza questa prospettiva, l’Italia non ha futuro. Proprio in questa logica, le pensioni di reversibilità di cui si è tanto parlato dovrebbero piuttosto essere rafforzate per vedovi e vedove giovani con figli piccoli».

Ma proprio le prestazioni di reversibilità sono finite nel mirino del governo, fino a che non si è levato un coro di protesta.

«La proposta avanzata di ridurre le pensioni di reversibilità per dirottarne le risorse su misure di contrasto alla povertà è assurda: molti sarebbero portati a pensare che versare contributi è inutile, tanto ci pensa lo Stato. Dall’altra parte, bisogna anche considerare che un approccio teso a trasformare un sistema sociale e solidale in uno ancorato a criteri esclusivamente attuariali, se portato all’estremo, può far risultare più appetibile accumulare risorse in un fondo privato piuttosto che versare contributi all’Inps».

Che cosa è che è mancato, in generale, al «cantiere pensioni» per come è stato gestito fino a oggi?

«Qualsiasi tipo di intervento sulla previdenza dovrebbe ispirarsi a una logica di semplificazione e flessibilità. Fino ad ora, purtroppo, dal governo abbiamo ascoltato solo continui annunci di interventi cui non si dà seguito, con l’unico risultato di far crescere la tensione tra coloro che invece attendono soluzioni concrete. Per evitare danni come quelli che si sono creati con la riforma Fornero è necessario, comunque, che su temi di così vasta portata avvenga un forte e costruttivo confronto con le parti sociali».